La plastica creata senza il petrolio si può fare. L’artefice si chiama Marco Astorri e aveva un’azienda per la produzione di skypass. Gli skypass che gli sciatori lasciano distrattamente in mezzo alle neve a fine giornata. Solo che poi in primavera la neve si scioglie, gli skypass no: quei pezzetti di plastica restano a inquinare l’ambiente per una vita, anzi per migliaia di anni. Marco Astorri e il suo socio francese Guy Cicognani di quegli skypass sono in un certo senso colpevoli, visto che li producono.Nel 2006 chiudono con gli skypass, si comprano un computer e iniziano a cercare qualcosa di nuovo. La caccia al tesoro dura poco e finisce in un’università in mezzo all’Oceano Pacifico dove un gruppo di ricercatori sta sperimentando un modo per produrre la plastica con gli scarti della lavorazione delle zucchero: il melasso, sostanza che oggi ha un costo per essere smaltito ma può diventare invece la materia prima per una plastica davvero bio.
Astorri e Cicognani intuiscono che quella pista è quella buona, prendono un aereo, investono la metà dei loro risparmi per comprare quel brevetto (250mila dollari), ne aggiungono una serie di altri sparsi nel mondo e in un anno sono pronti a realizzare la molecola descritta dal biologo francese Maurice Lemoigne nel lontanissimo 1926: il PHA.
Di che si tratta? Di affamare e poi far ingrassare dei batteri. In poche ore quel grasso diventa la polvere con cui producono la plastica.
Nel 2007 il nuovo polimero viene battezzato Minerv, in omaggio al posto dove sorge il laboratorio ma anche a Minerva, dea romana della guerra e della saggezza “visto che sarebbe saggio fare questa guerra in nome dell’ambiente”. Un anno dopo arriva la certificazione internazionale: “Il Minerv è biodegradabile in terra, acqua dolce e acqua di mare“, attestano a Bruxelles. Astorri lo spiega così: “In 10 giorni i granuli di MinervPHA si dissolvono in acqua senza alcun residuo “. Miracolo. Si decide così di fare una startup anche qui cambiando le regole: niente soldi pubblici e soprattutto niente soldi dalla banche: “Abbiamo fatto un patto con i contadini”, racconta Astorri. L’accordo è con la cooperativa agricola emiliana CoProB che produce il 50 per cento dello zucchero italiano. Oltre a tantissimo melasso. Saranno loro, i contadini emiliani, i titolari del primo impianto BioOn che aprirà a fine anno: “È la fabbrica a chilometro zero. Sorge dove stanno le materie prime”, spiega Astorri che con l’aiuto del colosso degli impianti industriali Techint, punta a replicare il meccanismo in tutto il mondo: la fabbrica in licenza. Un paio di impianti, a forma di batterio, disegno dell’architetto bolognese Enrico Iascone, apriranno in Europa, uno negli Stati Uniti.
La svolta è arrivata un anno fa quando in laboratorio il mago Begotti è riuscito per la prima volta a realizzare un PHA con proprietà molto simile al policarbonato. Non la classica plastica dei sacchetti della spesa, quindi, ma la plastica dura e malleabile di cui sono fatti tanti oggetti della nostra vita quotidiana.
E ora attendiamo gli sviluppi futuri. Fiduciosi.
fonte Repubblica.it
